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PANICO: PAURA DELLA PAURA

La miglior definizione di panico è proprio quella del titolo: paura di avere paura.

La sensazione che si prova in quei secondi è talmente terrificante che la persona farebbe qualsiasi cosa pur di essere sicura di non riprovarla mai più. Non è solo ciò che si prova in quei momenti a spaventare ma anche tutto il contesto ossia la vergogna che si prova a stare male in pubblico e l'ansia residua che rimane dopo il picco. A questo si aggiunge il sospetto di essere diversi dagli altri, più deboli o quanto meno più sfortunati.

 

Quanti attacchi servono per sviluppare un distrubo da attacchi di panico?

In realtà ne può bastare anche solo uno. Il disturbo da attacchi di panico (DAP) infatti si presenta in due forme:

  1. presenza di attacchi frequenti 
  2. assenza di attacchi ma restrizione importante degli spostamenti 

Nel primo caso rientrano solitamente le persone che presentano maggiormente una parte "ossessiva": tendono ad affrontare ma stanno male. Cercano di non rinunicare agli impegni e alle uscite ma il prezzo che pagano è molto alto: presentano alte soglie di ansia preventiva, si circondano di qualsiasi tipo di precauzione che possa scongiurare eventuali attacchi, cercano un costante controllo del corpo nell'illusione di spegnere una crisi sul nascere.

Nella seconda categoria troviamo persone nelle quali spicca maggiormente la componente "fobica": in questo caso la precauzione più utilizzata è l'evitamento. Rinunciano ad inviti a cena, uscite nel tempo libero, spostamenti in solitaria, viaggi troppo lontani. Ecco spiegato: può bastare un singolo episodio di panico per scatenare quell'evitamento che è proprio ciò che costruisce il disturbo da attacchi di panico (in questo caso con agorafobia)

Distinguere queste due varianti è fondamentale nelle terapia breve strategica perchè si tratta di una terapia dove la prescrizione di intervento si adatta al paziente (e non è il paziente a doversi adattare alla terapia). Il focus infatti è, prima di tutto, sulle tentate soluzioni che la persona applica sperando di uscire dal problema che non solo non aiutano a migliorare ma in realtà peggiorano il disturbo. Quindi, se nella prima variante la tentata soluzione principale è il controllo che fa perdere il controllo (riferito in questo caso al controllo delle proprie reazioni fisiologiche) nella seconda ciò che mantiene il problema è l'evitamento.

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